La pipì delle donne.

Da qualche mese a questa parte, se doveste incontrarmi in un locale, probabilmente mi vedreste uscire dal bagno degli uomini. Non mi sono sottoposta a un’operazione di riassegnazione del sesso, semplicemente sto ingaggiando una piccola rivoluzione personale nei confronti di chi mette i servizi igienici per i disabili nei bagni delle donne.

Ho cercato riferimenti legislativi, ma niente. Sembra non sia scritto da nessuna parte che il bagno dei disabili debba corrispondere a quello delle donne.

Mi spiego. Avete presente come facciamo la pipì noi donne?

Ve lo dico io. No, non la facciamo in piedi come gli uomini. E no, superati i cinque anni, non ci mettiamo in piedi sulla tavoletta, salvo alcuni casi patologici che non riescono a superare la fase orale, come direbbe Freud. E ancora no, non ricopriamo praticamente mai, salvo coliche devastanti, il gabinetto di carta igienica, come fosse un emulo di Tutankhamon.
Semplicemente, ci mettiamo in posizione squat e, cercando di non toccare nulla, neanche le pertinenze della tazza, espletiamo le nostre funzioni biologiche versione beta, la versione 2.0 proviamo sempre a conservarla per le mura domestiche- mura domestiche in senso metaforico: mica cantiamo ne Il Volo-

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Questo è il coefficiente più basso di difficoltà, a cui si possono associare delle variabili.

I collant sono la prima. Non parliamo delle autoreggenti, che coinvolgono la parte inferiore della coscia, ma del collant che parte da sopra l’ombelico- sembra che, per statuto, le aziende che producano calze siano tenute a crearle con un pantaloncino lungo almeno due volte in più rispetto alla gamba, tanto che spesso ci ritroviamo a tirar su le calze dall’alto, come se ci stessimo infilando in una tuta da neve stretta-. La vita del collant è sempre almeno 10 denari più tenace rispetto alla gamba, quindi, per tenerla lontana dalla tazza è necessario applicare una forza doppia e contraria.

Un altro ostacolo sono i tacchi. Dai, signori uomini, provate a fare uno squat con i tacchi e poi mi dite. All’inizio ti sembra di essere più comoda: sei in alto, prospettiva aerea della tazza, bersaglio perfettamente visibile. Poi, mentre sei lì ad attendere la pipì- non importa che prima di entrare in bagno te la stessi facendo sotto, rischiando la cistite, appena ti metti “in posizione di lancio”, praticamente la memoria della tua vescica viene colpita da una botta di Alzheimer, si annulla e non ti scappa più-improvvisamente il quadricipite femorale inizia a tremolare. Seguono i polpacci. Finisci di fare la pipì, pregando di non finire nel cesso, sentendoti come Bambi appena nato.

A queste varianti, si aggiungono il ciclo, che non è che smetta mentre vi state spogliando e che vi costringe a repentini piegamenti, per evitare di tracciare uno scenario degno di C.S.I.- eh lo so, signori uomini… state vomitando. Pazienza-; i vestitini o le gonne, che praticamente vanno tenuti su con una mano, effetto fiore appassito, di cui la vostra testa è il pistillo, mentre con l’altra si regge la biancheria intima; il movimento, se siete su mezzi di trasporto; gli spazi angusti.
Se quella è la versione beta della minzione, questa è la versione 7 edge, con l’unico vantaggio che ti fanno salire in aereo pure se hai la vescica piena.

In questa condizione, noi dobbiamo anche centrare il buco e, magicamente, ci riusciamo.

La proporzione di schizzi fra uomini e donne è del 50% superiore in favore dei primi, praticamente noi possiamo partecipare alle Olimpiadi di Tuffi. Le scuse, generalmente, vanno dal “mi sono dimenticato di alzare la tavoletta”, “non è facile mirare” al “il buco non è nel verso giusto”- il buco è l’orifizio uretrale N.d.R.-

E noi, che con tutti gli sforzi che dobbiamo fare anche solo per prepararci, saremmo capaci di riprodurre gli affreschi della Cappella Sistina, se avessimo un pene, saremmo contente di vedervi alle prese con una vagina per un giorno.  Fuori tema, ma avete mai sentito un uomo dire “se fossi donna, farei la pipì?  La frase standard è “se fossi donna, mi toccherei le tette tutto il giorno e la darei a tutti”. L’equivalente femminile è “spegnerei il telefono e farei la pipì in piedi -nelle versioni più hard “l’elicottero con l’uccello”-“.

Alla luce di queste premesse, quando entriamo in un gabinetto e troviamo uno di quei cessi per diversamente abili- che sicuramente sono più abili di noi nell’usarli- alto un metro e mezzo, a noi donne viene da piangere. Ci sentiamo Brunetta nell’imitazione di Crozza.

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Maurizio Crozza imita Brunetta

Il rischio di non riuscire a centrare il bersaglio o di toccare la tavoletta con un indumento o con la coscia- a cui poi dover dar fuoco per sterilizzarla- diventa dell’80% e aumenta di un 5% in caso di consumo di alcool.

Ora, in alcuni locali di recente costruzione, sembra stiano iniziando a capire che noi, salvo eccezioni, non siamo i Watussi, che una donna italiana, in media, arrivi a 170 cm, in media, e che non si deve sedere sulla tazza, ma deve solo chinarsi, e stanno adattando i gabinetti, anche per disabili, a queste misure. Nel mentre, la mia silenziosa rivoluzione continua.

“Ci scusiamo per l’inconveniente, ma questa è una rivoluzione” – Subcomandante Marcos

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