Più che l’influenza, poté la televisione

Ovviamente non  bastava prendere un’influenza, sola, nella stagione, era necessario bissare.  Ancor meglio, bissare in viaggio. E così è stato.

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Questa volta, però, memore della mia incapacità di lamento, appena tornata a casa, mi sono rifugiata nel letto, senza proferire verbo, cercando di mimetizzarmi fra le lenzuola e il piumone.

Il problema è che questo riposo forzato, oltre a tanti libri, mi ha regalato anche tanta televisione. “Ed è subito sera”, come direbbe Quasimodo, anzi, vista la risma dei programmi  trasmessi sul digitale terrestre, “ed è subito peggio che andar di notte”.Non parlo di Sky, perché in casa mia la parabola non esiste, in quanto deturpa il decoro architettonico del terrazzo- e non esistono opposizioni  che tengano, neanche riferendosi al fatto che potrebbe situarsi in uno spazio condominiale comune. Deturpa. Provateci voi a litigare con la Signorina Rottermeier, poi mi dite.-

Da questa esperienza “divanica”, ho capito un po’ di cose.

Innanzitutto, ancora trasmettono “Beautiful”… Sì, ok, lo vedevo nella programmazione televisiva, ma non credevo fosse una cosa reale, piuttosto qualcosa di mitologico, insomma, girando su canal Silvio, immaginavo di trovare uno spazio vuoto a quell’ora, una specie di eterno Intervallo.

intervallo-rai                                                                                                                     Intervallo Rai

E invece no. C’è Brooke che ha 60 anni e scopre di essere ancora incinta e, se ho capito bene dai cinque minuti che ho visto, del marito della sorella. Gli anni passano, lei rimane una zoccola, anzi una pumitroccola- acronimo abruzzese che è una sorta di superlativo di zoccola: puttana,  mignotta,  troia, zoccola… e pensare che, se non avessi un quarto di sangue abruzzese nelle vene, l’Abruzzo sarebbe una regione di dubbia esistenza, come Marche, Basilicata e Molise e, invece… dei geni linguistici: altro che “sciacquare i panni in Arno”, Manzoni bello, dovevi sciacquarli sul Gran Sasso! Hanno anche un’enorme asciugatrice sotto, a neutrini, la Gelmini avrebbe saputo bene come usarla.-

Beautiful-LabBeautiful Lab per Sky
Chiudiamo la pietosa parentesi su Beautiful e passiamo alla fascia successiva: “Uomini e Donne”. In realtà, ci sarebbe anche una cosa tipo “Centrovetrine” nel mezzo, altro programma che ritenevo defunto da tempo e che ho deciso di non guardare, per non avere ulteriori choc.
“Uomini e Donne” è un format esecrabile in cui delle donne corteggiano degli uomini. Faccio fatica anche a scriverlo. Donne che corteggiano uomini. Da che mondo è mondo, anche in Natura, è il maschio che deve inventarsi qualcosa per corteggiare e convincere la femmina a concedersi. Ci sono specie animali, molto meno evolute della specie umana,  in cui i maschi cambiano addirittura colore, senza neanche avere come obiettivo i sentimenti, ma solo la prosecuzione della specie; qui, al massimo, lo cambiano perché si ammazzano di lampade.

Ivano-Viaggi-di-Nozze-Carlo-Verdone-9i8u71999-600x387Invece no, in “Uomini e Donne” c’è l’inversione dell’onere della prova. Ovviamente, per partecipare al programma, bisogna essere totalmente privi di intelligenza. Deve essere clinicamente provato che i tuoi neuroni sono morti. Tutti.

Questa caratteristica è esacerbata nella versione Oldies, una specie di spin- off dell’originale, in cui donne piene di botox, modello 2.0 delle giovani leve, si relazionano- termine un po’ esagerato per delle amebe- con uomini, alcuni, peraltro, più prossimi alla mummificazione, che alla ricerca dell’amore, che hanno la classe di Thomas Milian, vestito da Agnelli negli anni ’80. Il tutto condito da inutili sfilate di donne di una certa età, malvestite, malconsigliate, insicure. Insomma, a 50, 60, 70 anni dovresti finalmente essere sicura di te, avere dei simpatici nipotini, una vita minimamente stabile ed invece vedi ‘ste quattro mentecatte che si contendono ‘sti quattro decerebrati portatori insani di catetere e Rolex. Ormai siamo precarie anche  nella dignità.

Angela-Troina-Favolosa-cubista                                                                                     Una delle partecipanti al programma
Proseguendo questa mia maratona fra letto e divano sono arrivata alla sera. Uscendo dal circuito Silvioset, intanto, siamo saliti un po’ di livello. Una trasmissione che amo, anche senza la presenza di virus, è “Cambio moglie”.

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Tolstoj, in “Anna Karenina”- non Zio Palmiretto al bar, ma Tolstoj- scriveva:”Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, ma ancora non esisteva Endemol.
Ora, grazie a questo programma, possiamo non solo osservare che, dove vai vai, sono quasi tutte famiglie disfunzionali, ma poi sembra anche che le moglie e madri di questo paese si dividano in due categorie, nella loro infelicità: la trasandata madremogliealtruista

Motherhood_-_Il_bello_di_essere_mammaUma Thurman- imbruttita- in “Motherhood”

e la tiratissimaegoistamignottona.

f954464dd5f4dde2e55b385cd8da95c9                Eva Longoria in “Desperate Housewives”

Senz’altro, per partecipare a programmi di questo tipo, devi avere una certa dose di esibizionismo, ma donne di una certa età che cercano di sedurre i figli o i mariti delle altre concorrenti sono indecenti. In sintesi, per chi non lo avesse mai visto, due famiglie, solitamente con abitudini, provenienza geografica e sociale opposte, si scambiano la moglie/ madre. Quest’ultima si attiene alla vita dell’altra per 4 giorni, per poi imporre le sue regole negli ultimi tre.Una specie di scambio culturale fuori tempo massimo. Uno scambio culturale pregeriatrico.

Il momento migliore è il “cambio regole”: sembra valga tutto, compreso radere al suolo l’abitazione dell’altra concorrente, per ricostruirla secondo opinabili gusti e, in casi estremi, provare a trombarle il marito.

I migliori, generalmente, sono i figli. Le vittime.

JuanitaJuanita, figlia di Eva Longoria, in “Desperate Housewives”

Non contenta di questo viaggio sociologico al centro della famiglia italiana, mi sono vista anche “Non ditelo alla sposa”.

Nella mia mente è partita la modalità profiler F.B.I. per individuare la mente perversa che può aver creato un programma, in cui i futuri sposi si occupano dell’organizzazione di un matrimonio. Sono approdata alla conclusione che gli autori siano uomini, torturati, in passato, dalle loro mogli per organizzare un matrimonio con 1500 invitati, e che cercano di vendicarsi sul genere femminile per arrivare alla catarsi.
Il problema è che, prese per fame- offrono 15,000 euro-, ci sono donne che accettano.

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Perché!?! Hai tutta la vita davanti da farti rovinare, devi iniziare dal primo giorno?!?
Ovviamente, nella versione italiana, c’è più gusto, perché Italians do it better, quindi i nostri italici nubendi, noti per essere l’anello mancante fra la scimmia e il divano, riescono ad organizzare matrimoni da sogno. Anzi, da incubo. Tableau de mariage con i nomi dei giocatori della Juve; scarpe usate per la sposa; totale dimenticanza della convocazione di elementi fondamentali del team matrimoniale, tipo parrucchiere, truccatrice… e questo è riuscito a farlo un unico uomo.
Per me è una follia: come mandare un uomo a partorire al posto nostro! Senz’altro sverrebbe alla prima doglia!
Per fortuna, nel mentre, l’influenza è passata, portando con sé un bel po’ di programmi televisivi…

gwtw-scarlett-bedRossella O’Hara in “Via col Vento”

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Il bluff del bello e tenebroso

Un volta nella vita capita a tutte di cascarci: non c’è donna che non abbia ceduto alle lusinghe di un uomo bello e tenebroso.

casablanca_cigareeteHumphrey Bogart in Casablanca, 1942

-Per me, il bello e tenebroso per eccellenza è Humphrey Bogart in “Casablanca”, ma scordatevi che per voi ci sia sempre Parigi, la versione 2.0 del bello e tenebroso contempla, al massimo, una visita a Fregene e “We’ll always have Fregene” non ha nulla di poetico.-

Che poi, chiamarle lusinghe, è un po’ un’ostentazione: il bello e tenebroso non ci pensa proprio a voi, siete voi che, invasate da una botta di mancanza di autostima, vi legate a lui come una cozza allo scoglio. Lui, al massimo, ha ammiccato, ma non lo ha fatto verso di voi: c’era uno specchio che non avete visto.

Gli uomini della mia wish list si sono sempre divisi in due categorie opposte: i poeti e gli armadi. O mi intriga il pallido, magro allampanato, che sembra uscito dal libro cuore e parla lingue simili all’elfico o, viceversa, l’uomo 195 cm per 100 kg, un uomo che rende pleonastico l’uso della scala, quando devi fare il cambio di stagione.

pillowtalk2_2105181iRock Hudson e Doris Day in “Pillow talk”,1959

C’è stato ovviamente un bello e tenebroso anche per me,  ma, in generale, non amo l’autocompiacimento maschile, credo la che fila, una donna, dovrebbe farla solo alle Poste- e ora che esistono le versioni online, neanche lì-.

Quindi mi rifaccio ad accurate analisi di laboratorio condotte sulle mie amiche, all’uopo travestite da cavie.

Bunnies Fly BOACConigliette vintage

Generalmente, il bello e tenebroso è innamorato di sé stesso, al punto che non ritiene sia il caso di disvelarsi al grande pubblico. Per questo sta zitto. Se è effettivamente piacente, caso raro, generalmente lo si può definire, al massimo, affascinante, sa che non ha bisogno di parlare. Alle volte, invece, il silenzio è spia di un più ben grave deficit, che riassumerei con le parole della mia amica A, fidanzata a lungo con un soggetto di simil fatta, ossia: “In realtà, non ha un cazzo da dire”.

Ecco, passi pure il fatto che sia autocompiaciuto del suo fascino, ma anche che, sotto sotto, sia interessante come una barbabietola, no. Questo è troppo, anche perchè non potete neanche farlo a fette e cuocerlo in forno. Sarebbero lesioni personali gravissime o omicidio.

In ogni caso, siccome la consapevolezza è la prima arma, sappiate che, in una relazione con un uomo così, n0n vi sentirete mai sole, ma non sarete neanche le prime: mai sole, perchè insieme a voi ci sarà anche un nugolo di altre donne; neanche le prime, perchè il centro del suo mondo è lui, seguite voi, a pari merito o poco dopo, le groupies.

almostfamousmusicIl cast di “Almost famous”, 2000

Quindi, carine, siamo sicure che, nella vostra vita, ci sia bisogno di un uomo così? Ricordate la legge della domanda e dell’offerta? Se cala la domanda, l’offerta deve adeguarsi. Facciamo diventare i belli e tenebrosi, belli e loquaci. Belli e partecipi.

E ripuliamo il mercato da quelli che, effettivamente, in fondo in fondo, ma neanche troppo, “non hanno un cazzo da dire”.

We can do it!

we_can_do_it___remastered_by_thedrifterwithin-d56rqh1Westinghouse Electric and Manufacturing Company, 1943

Vestivamo alla puttanesca

1990. Al cinema, usciva “Pretty Woman”. A casa, nasceva mia sorella.
Due eventi che avrebbero cambiato la mia vita, soprattutto il secondo, e, il primo, la vita della maggior parte delle donne che conosco.
Se c’è qualcuno a cui dovete chiedere il rimborso per anni ed anni di analista, per le lacrime versate, per tutte le volte che l’uomo, che avevate pensato fosse il principe azzurro, si è rivelato un “verme verminoso”, beh, quel qualcuno è Gary Marshall, il regista.
( Che, peraltro, non abbastanza soddisfatto dell’effetto devastante dei suoi film sulla psiche femminile, ha continuato con ” Se scappi, ti sposo”, traslato nella realtà in ” Se scappi, non pensare che ti insegua”).
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Pretty Woman è il film che ha confuso almeno due generazioni di donne, ma affrontiamo la questione in maniera sistematica.
Partiamo, come novelle Tommaso D’Aquino in gonnella- l’eresia è sempre dietro l’angolo-, dalla confutazione delle premesse: un uomo ricco, ricco in maniera imbarazzante, non uscirebbe mai con una prostituta, non una escort, ma una di quelle con i vestiti fluo e le parrucche, caricata sulla Salaria. A meno che non sia un politico italiano. Da un politico italiano ci si può aspettare di tutto, ma non ho mai visto un politico italiano bello come Richard Gere.  Sto ancora cercando di appurare se sia una questione di sfiga geografica o di associazione di categoria.
Va bene, poniamo il caso che esista un uomo che vi si raccatti, vestite da meretrici tamarre, per strada.
Non vi darà mai “tutti questi” per fare shopping: secondo le statistiche, 1 uomo su 25 000 da la sua carta di credito alla moglie, nonchè madre dei suoi figli, e non prima che sia stato minacciato un embargo della patata capace di far apparire ridicolo l’embargo americano a Cuba. E non nominiamo neanche la “sfacciata somma di denaro”!

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Ma avanziamo anche l’ipotesi che troviate un allocco che vi regali tutto il contante necessario a fare vostra l’ultima collezione Louboutin, minimo minimo, vi chiederà favori sessuali per cui Eyes Wide Shut vi sembrerà un film per educande. E non dimentichiamo la premessa di cui sopra: è sicuramente brutto. Fate due più due e otterrete un quattro degno di Dario Argento.
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E ora passiamo ad uno dei momenti più romantici…
A beneficio della vostra fedina penale,  a meno che non abbiate un pianoforte in camera, beh,  fare l’amore nel pianobar di un albergo configura la fattispecie di atti osceni in luogo pubblico.
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Ma ci sono elementi veritieri nella sceneggiatura. Uno dei personaggi più credibili del film è l’amico stronzo ed invidioso-  non mi piace indulgere nel turpiloquio, ma “stronzo”, in questo caso, è l’unico termine veramente appropriato-. In ogni relazione meravigliosa che si rispetti, c’è un amico stronzo ed invidioso. Uno che non ha ancora superato i sedici anni, la fase del “facciamo tutto insieme”. Quest’uomo, per quanto possa mostrarsi simpatico inizialmente, sarà il vostro peggior nemico: tenetelo a mente.
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Un altro momento verosimile si ritrova nella scena successiva alla partita di polo, il dialogo che inizia con ” Come va?” “Bene” e prosegue con “E come stai?” “Bene”, potrebbe essere stato scritto da una coppia qualsiasi. Quando una donna risponde “Bene”, un uomo inizia a procurarsi i documenti per l’espatrio.
Nella vita, incontrerete, se già non è successo, sempre un idiota che vi darà della prostituta, per lo più senza contraccambiare con del denaro le vostre prestazioni erotiche e ci saranno più di mille discussioni, anche con degli uomini che amerete realmente, in cui, da un “come va?”, nascerà una situazione spiacevole.
In questa sede, salterei a piè pari la sequenza della serata all’ Opera, troppo semplice da confutare: basti dire che la maggior parte degli uomini non riesce a comprare una sciarpa per la sua compagna, immaginate un collier di brillanti.  Sparare sulla Croce Rossa, a conti fatti, è meno crudele.
Arriverei al punto focale della nostra analisi: nessuno vi salverà.
Per iniziare, quando dite “ti amo” ad un uomo e quest’ultimo non risponde, nel 90% dei casi è perchè non vi ama, il restante 10% dorme.
Nessun uomo, sebbene non desideri una relazione, vi pagherà affitto, abiti e non solo, per sempre, ma neanche per un giorno, a meno che non sia vostro padre, vostro nonno o vostro fratello.
A memoria di donna, non c’è stata una, dico una, delle mie amiche che sia stata salvata da un uomo con sotto le note de “La Traviata“- a titolo informativo, Violetta, la protagonista, muore di tisi, altro che lieto fine: Giuseppe Verdi e Francesco Maria Piave erano due che sapevano il fatto loro-.
Concentratevi sulla fine di Violetta e smettete di pensare che qualcuno accorrerà con le sue maschie braccia a tirarvi fuori dai guai.
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Mie care amiche, donne, concittadine: la mano che vi darà aiuto, è quella posta alla fine del vostro braccio.
Basta pensare che un uomo vi “risolva”, vi strappi da ciò che non funziona della vostra vita, magari arrivando a bordo di una limo. Salvatevi da sole! Quando qualcuno vi salva, ciò che ha salvato, diventa magicamente suo.
Createvi una vita piena, così quando arriverà il vostro pseudo Richard Gere, con i vestiti stazzonati e una carta prepagata, se deciderete di tenervelo, sarà perchè lo amate davvero… E… ricordatevi che una solo ci è riuscita: “quella granculo di Cenerentola!”
(E no, non siete voi.)
Scarlett-Johansson-Cenerentola-HDTV-P-800x1280                                                                                        Cenerentola foto di Annie Leibovitz

Parola d’ordine: lamentarsi.

La scorsa settimana sono stata oggetto di una serie di variazioni sul tema dell’influenza.

Mentre languivo a letto, un lieve malcontento ha iniziato a farsi strada nella mia casa.

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                                                                                                 -Miss Piggy di Anatol Kotte

La fonte di tale sentimento, in parte, è stata interiore- mi sentivo un po’ inutile-, in parte, è da ricercarsi in fattori esterni, come la sottile ironia, mista a fastidio, per il mio mancato supporto nella gestione degli affari domestici.
Da questo episodio, ho avuto un’illuminazione, che ho dovuto condividere con i miei familiari, in quanto responsabili: sono stata educata male.
Non c’è altra spiegazione: i miei genitori hanno sbagliato. Non mi hanno insegnato la regola aurea dell’esser donna: non mi hanno insegnato a lamentarmi! Anzi!
Certo, so essere anche io la “donzella in difficoltà”, all’occorrenza, ma non so approfittare di questa situazione, se non in maniera effimera. Ad esempio, sul posto di lavoro mi capita spesso di dover usare oggetti che non sono alla mia portata, anche perchè sembra sia divertente mettere ciò che mi serve almeno a 180 cm da terra, visto che, nella mia interezza, senza tacchi, ne misuro 164, 168 sulle punte dei piedi. In questi frangenti, è ovvio, se non ho a portata una scala, uno scaleo, una sedia o comunque un mezzo di elevazione, mi servo del collega più vicino e più alto per farmi aiutare,  basandomi sul suo maschio senso di protezione e, di conseguenza, dimostrandomi indifesa come Biancaneve agli occhi del cacciatore. In ogni caso, non sono una professionista. Mi limito.
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                                                                                                -Biancaneve di Annie Leibovitz

Lamentarsi è un’arte. Un uomo ha bisogno che una donna si lamenti. Gli serve per sentirsi virile, per potersi, a sua volta, lamentare con gli amici di quanto la sua compagna/ fidanzata/ moglie/ essere di sesso femminile, con cui intrattiene rapporti di dubbia moralità, sia pesante, per dare uno scopo alla vita, per giustificare la presenza di un’amante.
Un uomo senza una donna lamentosa è come una donna senza un armadio pieno di scarpe con il tacco.  È triste, inguaribilmente triste ed inutile.
Perciò, bisogna lamentarsi di tutto, battere i piedini come Rossella O’Hara in “Via col Vento“, far sudare ogni singolo attimo di calma e serenità. Rhett non era niente male, eppure Rossella gli faceva cadere dal cielo anche un saluto ed era una lamentela continua, ma lui, prima di pronunciare il celeberrimo “francamente me ne infischio” ci ha messo 4 ore cinematografiche, che, in anni umani, sono ere geologiche.

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Minimizzare non serve. Piangere, con moderazione, aiuta.
Non esagerate con il pianto, perchè il 90% degli uomini non sa gestire una donna che piange, va nel panico e rischia lo shock anafilattico. Come le fatine di Hook, ogni volta che una donna piange, un uomo muore. Quindi regolatevi, a meno che non abbia un’assicurazione sulla vita intestata a voi.
Per il resto, approfittate di ogni occasione utile per lamentarvi, ma fatelo quando siete a tu per tu, in modo che non ci siano prove.
Non ve ne pentirete.
Il lamento è la chiave della felicità.

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Il teorema di Lassie

Sono una bambina degli anni ’80, cresciuta in quel triangolo misterioso, che accomuna programmi televisivi come” Occhi di gatto”, “I Robinson” e “Lassie”.

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Con questo bagaglio culturale, non potevo  non diventare un’adulta, per così dire,” complessa” ed imbattermi, perciò, in creature del genere maschile, altrettanto ricche di sfaccettature… ma cosa sto dicendo??? Uomini con delle sfaccettature?!? Ho  forse deciso,inconsciamente, di dare un’impronta fantasy a questo post?

Torniamo alla realtà, la maggior parte degli uomini che ho incontrato, nella mia giovine vita, si è distinta per avere una personalità degna di Jack lo Squartatore, affetto da sindrome premestruale e senza paracadute- altro che Nuvenia!- , accompagnata da un ego che neanche Ottaviano Augusto ai tempi d’oro, compresso in corpi, che variano dal Bronzo di Riace a Giacomo Leopardi- beh, almeno quando capita la versione bronzea, le idiosincrasie interiori si sopportano meglio: è sempre meglio piangere su di una Ferrari, che su di una 500-.

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Ma un fenomeno accomuna,  in base a fondati studi statistici, la maggior parte degli uomini che ho frequentato- e che hanno frequentato le mie amiche-:  essere affetti dalla Sindrome di Lassie.

Non si tratta di ipertricosi: è molto più persistente. Ricordate per sommi capi chi fosse Lassie?

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Lassie era un collie, protagonista di un telefilm un po’ datato, su cui si abbattevano le peggiori calamità, in contesti naturalistici degni di Bear Grylls. L’episodio seguiva, quasi costantemente, questo schema:  il cane si smarriva, in un luogo ameno, possibilmente al calare delle tenebre e con qualche animale feroce nei paraggi; l’essere umano, che l’accompagnava, rischiava la vita, in maniera sempre piuttosto creativa;  Lassie riusciva a chiamare i soccorsi, neanche avesse un navigatore sotto il pelo e un traduttore simultaneo cane-umano, e tornava a casa.

La certezza:  il ritorno a casa. Dagli Appennini alle Ande, dal deserto dei Tartari o dall’Uganda, Lassie tornava. Sempre. Il ritorno di Lassie era un fatto indubitabile. Come l’esistenza di Google. – Su Dio, non mi pronuncio…-

La stessa regola vale per gran parte del genere umano maschile. È inutile stare ad angustiarsi per la telefonata non ricevuta, per il messaggio non arrivato o, meglio ancora, “visulizzato alle…”, ma che non ha ottenuto risposta. Per dirla con i Guns ‘n’ Roses “Said woman take it slow /It’ll work itself out fine/All we need is just a little patience”, ovviamente Axl non alludeva alla sindrome di Lassie,  ma è una bellissima canzone per far passare il tempo.

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State tranquille: come Lassie, gli uomini, almeno quasi tutti, tornano sempre. Prima o poi. Bisogna solo mettersi sulla riva del fiume, alla stregua del famoso cinese del proverbio, e attendere, pazientemente e magari con delle amiche, il cadavere del proprio nemico… certo, non fate della vostra vita un’attesa, alcuni non tornano- per fortuna!- e, soprattutto, visto che siete lì sul greto del fiume: bikini, crema solare e cappello di paglia… sia mai che ne passi uno migliore, nel frattempo!

“Trovi un altro più bello che problemi non ha” Raffaella Carrà

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