Tu mi piaci, ma le tue insicurezze…

Gli uomini vengono educati ancora oggi come all’età della pietra.

Il maschio Alpha non deve piangere, non deve ballare, non deve dimostrare sentimenti; quelle sono cose “da femminucce”.

Fred Astaire

Ora, a fronte di questa educazione siberiana, negli ultimi anni, ci sono delle forze opposte e contrarie che propongono un maschio depilato, vestito con pantaloni che sembrano gonne e acconciato in maniera improponibile, insomma, un ibrido androgino che non si discosta molto dall’immagine di Anna Oxa negli anni ’90.

Esempio lampante della confusione generata da queste sollecitazioni contrastanti, sono gli uomini con barbe che neanche a Kabul nei tempi d’oro, glabri come il pelato di Brazzer-come direbbero gli Elio “come le balle di un attore porno”-.

Ora, di questi uomini, sebbene molti virino poi all’omosessualità, parecchi vivono e lottano ancora fra noi.

Il problema è che essere educati a un machismo anacronistico ed essere poi sottoposti a stimoli estremamente femminei crea delle insicurezze, da far sembrare Freud e il suo complesso di Edipo roba da educande.

Nella mia piccola realtà- e in quella delle mie più care amiche-, ho rintracciato alcuni archetipi di insicurezza ricorrenti.

– Il maschio “come sono io?”

Ovviamente, la risposta deve essere “bello” o cose simili, altrimenti si deprime.

La domanda viene posta sempre in momenti assolutamente sbagliati per deprimersi. Momenti in cui un bel silenzio sarebbe sempre consigliabile, e, invece, no.

Lui ti bersaglia di domande sulla sua forma fisica. A un certo punto, ti chiedi se tu sia la sua ragazza, il suo personal trainer o la sua cheerleader, escludendo l’ultima figura perché hai le ginocchia storte e le vertigini. 

Ad un certo punto, estenuata, pensi:”Ti registro un audio con le risposte, tu prendi uno specchio e fai solo”.

-Il maschio enumeratore.

Lui ha bisogno di conferme.

Ha bisogno che tu gli faccia capire quanto tieni a lui.

E, per farlo, usa il metodo più classico del mondo: cerca di ingelosirti.

Ora, a parte che, se ti piace una persona, non dovresti puntare a crearle delle insicurezze e, se sei tu insicuro, potresti semplicemente chiedere conferme, anzichè ingaggiare battaglie psicologiche di controllo Jedi della mente, il problema si pone  quando, dall’altra parte, questo atteggiamento non sortisce alcun effetto.

O, ipotesi peggiore, si ritorce contro lo stesso enumeratore.

In quest’ultimo caso, alla ricerca di conferme, si apre un baratro di incertezze.

Se tu, “maschio E” dici che sei uscito con Tizia, Caia e Sempronia, io, che volevo mantenere per me la mia vita privata, sono spronata a condividerla e, quando meno te lo aspetti, mentre stai vedendo il tuo film preferito e bevendo vino, con una faccia d’angelo, snocciolo un elenco delle ultime due settimane da far sembrare Cicciolina un’aspirante monaca di clausura.

Chi di gelosia ferisce…

– Il Controllore.

Il controllore ha una certa dimestichezza con la tecnologia.

In lui rivedi i tuoi genitori quando, per non comprarti il motorino, dicevano:”Ma io di te mi fido, ma degli altri alla guida…”

Ovviamente, il controllore sai che è così perché sei sua amica, perché, se fossi la sua fidanzata, non lo sapresti mai e, se lo scoprissi, lo lasceresti.

La fidanzata non lo sa, ma lui controlla tutti i suoi social in maniera costante e remota.

Inquietante.

– Il quarantenne in crisi.

Il requisito minimo è avere 40 anni.

La crisi può coinvolgere vari campi.

C’è chi cambia lavoro, chi città, chi situazione sentimentale, chi tutte e tre le cose. 

Il tratto distintivo è la tendenza alla fuga- e alla figa, possibilmente più giovane, per garantirsi una sorta di immortalità-.

Hugh Hefner

-Lo “stupefatto”.

Per uscire, deve almeno bere.

Seguono poi i corollari.

Ti chiedi se sia tu il problema.

Poi ti accorgi che deve stordirsi anche per fare la spesa.

Allora, “Scusami se ti chiamo Sert”.

Se, uomo della mia Vita, rientri in una di queste categorie sociologiche è bene che tu sappia subito che, per quanto possa piacermi, le tue insicurezze minano alla creazione di un rapporto anche in versione beta.

Tradotto: gli psicofarmaci esistono, piateveli!

Dal Web

 

La pipì delle donne.

Da qualche mese a questa parte, se doveste incontrarmi in un locale, probabilmente mi vedreste uscire dal bagno degli uomini. Non mi sono sottoposta a un’operazione di riassegnazione del sesso, semplicemente sto ingaggiando una piccola rivoluzione personale nei confronti di chi mette i servizi igienici per i disabili nei bagni delle donne.

Ho cercato riferimenti legislativi, ma niente. Sembra non sia scritto da nessuna parte che il bagno dei disabili debba corrispondere a quello delle donne.

Mi spiego. Avete presente come facciamo la pipì noi donne?

Ve lo dico io. No, non la facciamo in piedi come gli uomini. E no, superati i cinque anni, non ci mettiamo in piedi sulla tavoletta, salvo alcuni casi patologici che non riescono a superare la fase orale, come direbbe Freud. E ancora no, non ricopriamo praticamente mai, salvo coliche devastanti, il gabinetto di carta igienica, come fosse un emulo di Tutankhamon.
Semplicemente, ci mettiamo in posizione squat e, cercando di non toccare nulla, neanche le pertinenze della tazza, espletiamo le nostre funzioni biologiche versione beta, la versione 2.0 proviamo sempre a conservarla per le mura domestiche- mura domestiche in senso metaforico: mica cantiamo ne Il Volo-

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Questo è il coefficiente più basso di difficoltà, a cui si possono associare delle variabili.

I collant sono la prima. Non parliamo delle autoreggenti, che coinvolgono la parte inferiore della coscia, ma del collant che parte da sopra l’ombelico- sembra che, per statuto, le aziende che producano calze siano tenute a crearle con un pantaloncino lungo almeno due volte in più rispetto alla gamba, tanto che spesso ci ritroviamo a tirar su le calze dall’alto, come se ci stessimo infilando in una tuta da neve stretta-. La vita del collant è sempre almeno 10 denari più tenace rispetto alla gamba, quindi, per tenerla lontana dalla tazza è necessario applicare una forza doppia e contraria.

Un altro ostacolo sono i tacchi. Dai, signori uomini, provate a fare uno squat con i tacchi e poi mi dite. All’inizio ti sembra di essere più comoda: sei in alto, prospettiva aerea della tazza, bersaglio perfettamente visibile. Poi, mentre sei lì ad attendere la pipì- non importa che prima di entrare in bagno te la stessi facendo sotto, rischiando la cistite, appena ti metti “in posizione di lancio”, praticamente la memoria della tua vescica viene colpita da una botta di Alzheimer, si annulla e non ti scappa più-improvvisamente il quadricipite femorale inizia a tremolare. Seguono i polpacci. Finisci di fare la pipì, pregando di non finire nel cesso, sentendoti come Bambi appena nato.

A queste varianti, si aggiungono il ciclo, che non è che smetta mentre vi state spogliando e che vi costringe a repentini piegamenti, per evitare di tracciare uno scenario degno di C.S.I.- eh lo so, signori uomini… state vomitando. Pazienza-; i vestitini o le gonne, che praticamente vanno tenuti su con una mano, effetto fiore appassito, di cui la vostra testa è il pistillo, mentre con l’altra si regge la biancheria intima; il movimento, se siete su mezzi di trasporto; gli spazi angusti.
Se quella è la versione beta della minzione, questa è la versione 7 edge, con l’unico vantaggio che ti fanno salire in aereo pure se hai la vescica piena.

In questa condizione, noi dobbiamo anche centrare il buco e, magicamente, ci riusciamo.

La proporzione di schizzi fra uomini e donne è del 50% superiore in favore dei primi, praticamente noi possiamo partecipare alle Olimpiadi di Tuffi. Le scuse, generalmente, vanno dal “mi sono dimenticato di alzare la tavoletta”, “non è facile mirare” al “il buco non è nel verso giusto”- il buco è l’orifizio uretrale N.d.R.-

E noi, che con tutti gli sforzi che dobbiamo fare anche solo per prepararci, saremmo capaci di riprodurre gli affreschi della Cappella Sistina, se avessimo un pene, saremmo contente di vedervi alle prese con una vagina per un giorno.  Fuori tema, ma avete mai sentito un uomo dire “se fossi donna, farei la pipì?  La frase standard è “se fossi donna, mi toccherei le tette tutto il giorno e la darei a tutti”. L’equivalente femminile è “spegnerei il telefono e farei la pipì in piedi -nelle versioni più hard “l’elicottero con l’uccello”-“.

Alla luce di queste premesse, quando entriamo in un gabinetto e troviamo uno di quei cessi per diversamente abili- che sicuramente sono più abili di noi nell’usarli- alto un metro e mezzo, a noi donne viene da piangere. Ci sentiamo Brunetta nell’imitazione di Crozza.

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Maurizio Crozza imita Brunetta

Il rischio di non riuscire a centrare il bersaglio o di toccare la tavoletta con un indumento o con la coscia- a cui poi dover dar fuoco per sterilizzarla- diventa dell’80% e aumenta di un 5% in caso di consumo di alcool.

Ora, in alcuni locali di recente costruzione, sembra stiano iniziando a capire che noi, salvo eccezioni, non siamo i Watussi, che una donna italiana, in media, arrivi a 170 cm, in media, e che non si deve sedere sulla tazza, ma deve solo chinarsi, e stanno adattando i gabinetti, anche per disabili, a queste misure. Nel mentre, la mia silenziosa rivoluzione continua.

“Ci scusiamo per l’inconveniente, ma questa è una rivoluzione” – Subcomandante Marcos

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